La psicoterapia integrata

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Per integrare bisogna pensare a configurazioni nuove e apparentemente impossibili. La ricerca empirica è stata fondamentale per dare slancio a questo filone di studi.

Scrivo questo articolo per chiarire al lettore che tipo d’intervento effettuo quando svolgo una seduta di psicoterapia con un paziente. Il titolo, anche se eplicativo, non mi piace poiché credo che la psicoterapia integrata non debba esistere come categoria e quindi come orientamento a sé stante. La psicologia sin dalla sua nascita “scientifica” è stata divisa tra funzionalisti e strutturalisti e il progresso che l’ha accompagnata ha visto sorgere, soprattutto in ambito clinico e psicoterapico, numerosi orientamenti che in alcuni casi sono diventati vere e proprie fazioni. Molte di queste sono sorte solo in virtù dei dissidi che hanno animato i loro esponenti di spicco ed hanno potuto svilupparsi come indirizzi differenti grazie soprattutto all’influenza personale che autori come Freud, Jung, Adler o anche Watson hanno esercitato sulla comunità scientifica e non solo. Qualcuno penserà che non c’è nulla di nuovo in questo e che tutte le discipline scientifiche, come ha messo in evidenza Kuhn, presentano dei paradigmi che si confrontano dialetticamente, in maniera anche aspra e dura. Questo è vero ed è vero anche che poi un paradigma predomina su un altro e gli studiosi accettano, almeno temporaneamente, la maggiore validità epistemologica del “vincitore”. La natura stessa della psicologia e più propriamente della psicologia clinica e della psicoterapia non ha permesso alla disciplina di evolvere in questo modo ma paradigmi differenti, a volte addirittura vicendevolmente escludentesi, si sono sviluppati e sono sopravvissuti nel corso degli anni facendo proseliti ognuno con i propri numeri e stimolando studi e pubblicazioni spesso allineate alle teorizzazioni del caposcuola. E se non lo erano, i lavori di un epigono spesso ponevano le basi per la nascita di un nuovo orientamento e di una nuova scuola. Questo, in estrema sintesi, è stato lo sviluppo di un certo tipo di psicologia nel corso del 20° secolo.

A mio parere, il fatto che la psicologia clinica e la psicoterapia si configurino come discipline a cavallo tra le scienze “dure” e l’ermeneutica, ha consentito questo proliferare di approcci: se l’obiettivo non è solo “scoprire” ma anche “costruire”, creatività, retorica e prestigio sociale di un autore possono fare molto più di un disegno di ricerca sperimentale. Allo stesso tempo credo che, soprattutto in alcuni paesi tra i quali il nostro, la diffusione dei vari indirizzi ha seguito logiche esclusivamente economiche. Questo ha prodotto più che un arricchimento delle conoscenze, una concorrenza ed una corsa al più “efficace”.

Alcuni studi, non più tanto recenti, basati su metodi statistici meta-analitici hanno però messo in luce come i terapeuti di qualsivoglia approccio siano ugualmente efficaci nel trattare le più svariate psicopatologie. Analizzando i fattori che maggiormente influenzano la riuscita di un trattamento psicoterapeutico, questi studi hanno confermato quelle che, qualche decennio fa, erano solo delle intuizioni: non sono gli orientamenti, i metodi e le specifiche tecniche ad essi ascritti, a determinare l’efficacia di un trattamento ma dei fattori comuni a tutti gli indirizzi che fanno riferimento: alle caratteristiche del paziente coinvolto, alla personalità del terapeuta e alla qualità della relazione che tra loro si instaura. Queste evidenze hanno portato ad un filone di studi di tipo integrativo che si è sviluppato lungo tre direttrici:

  1. 1. L’eclettismo tecnico.
  2. 2. I fattori comuni.
  3. 3. L’integrazione transteorica.

Ognuno di questi filoni ha dato vita a particolari metodi d’intervento che tuttavia non risultano standardizzati proprio in virtù del fatto messo in luce poc’anzi: non è l’indirizzo teorico a “fare” il trattamento. Questo non vuol dire che tutte le scuole psicoterapeutiche hanno pari efficacia. Sembrerà una contraddizione con quanto ho affermato poche righe sopra ma la “dissonanza” è voluta: fino a quando non sono stati scoperti i “fattori comuni aspecifici” si pensava che il metodo fosse in corrispondenza diretta con l’efficacia. Quando sono stati individuati tali fattori e individuati i processi attraverso i quali provocano un cambiamento positivo nei pazienti, si è potuto osservare fenomeni come quello che i terapeuti più esperti avevano risultati migliori indipendentemente dall’approccio utilizzato e si è potuto poi vedere come alcuni metodi d’intervento fossero maggiormente votati a far emergere i “fattori comuni aspecifici” curativi. Quindi, se ad una prima analisi tutti gli orientamenti sono efficaci, ad una lettura più approfondita possiamo affermare che ci sono dei terapeuti  “più efficaci” poiché attraverso la loro pratica favoriscono l’emergere di quegli elementi, comuni a tutti i loro colleghi efficaci, che determinano un cambiamento positivo. Inoltre, si è visto che i terapeuti più esperti si somigliavano di più rispetto ai coleghi meno esperti anche se con quest’ultimi condividevano lo stesso tipo di orientamento.

Queste ricerche hanno stimolato così la nascita di modelli d’intervento basati su quei fattori comuni ai terapeuti più efficaci, che si sono tradotti in metodologie d’intervento e di formazione dei giovani psicoterapeuti che fossero basate sull’evidenza di efficacia e che comprendessero tecniche assolutamente trasversali, e qualcuna anche esclusiva, a tutti gli orientamenti teorici. Si sono costruite così meta-teorie che, proprio per il loro carattere “meta”, non possono essere alla base di specifiche tecniche ma possono fungere da fondamento per percorsi formativi che stimolino nei terapeuti quelle qualità che li rendono maggiormente “facilitatori” di cambiamento positivo. Mi riservo la possibilità di scrivere un altro articolo per specificare meglio quali sono queste caratteristiche, qui voglio solo mettere in luce il fatto che, dalla sostanziale equivalenza delle vecchie teorie speculative, si è passati alla messa a punto di teorie più flessibili rifacendosi ad una epistemologia più ampia ma al tempo stesso supportata empiricamente.

Per tutti i motivi sopraesposti, quando nell’oramai lontano 2006 decisi di specializzarmi in psicoterapia, scelsi una formazione di tipo pluralistico integrato. Nel corso degli anni poi ho continuato questa strada fino a giungere ad approfondire settori che solo qualche anno fa apparivano assolutamente estranei al lavoro di uno psicologo. Ho scelto infatti di specializzarmi in Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) poiché la ritengo la naturale evoluzione di un percorso personale che è partito dall’integrazione in campo psicologico ed è giunto all’incontro con la medicina, la filosofia e la sociologia e alcune delle loro branche maggiormente correlate ed interagenti.

Tutto questo perchè la mia visione di base è quella olistica dell’essere umano; una visione unitaria dove biologico, psicologico e sociale s’interrelano e creano contesti complessi, sicuramente irriducibili e difficilmente intellegibili se non si adotta un approccio sistemico ed unitario allo stesso tempo. La vera sfida è imparare a stare in questa complessità, aiutati da tanta passione per la ricerca, da un convincimento di “non essere mai arrivati” e dalla certezza di “una sacra unità”.

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