Abbiamo tutti ragione? Riflessioni tra scienza e professione

Alice and the Dodo from Alice's Adventures in WonderlandFinalmente il Dodo disse: “Hanno vinto tutti e i premi devono andare a tutti”.

“Ma i premi chi ce li dà?” si levò un gran coro di voci.

“Che domanda, lei naturalmente,” disse il Dodo indicando Alice, e in un istante tutta la combriccola le si fece attorno e scoppiò un gran parapiglia: “I premi! I premi!”.

Alice non sapeva proprio che pesci pigliare e disperata si ficcò una mano in tasca e tirò fuori una scatoletta di fruttini (per fortuna lì l’acqua salata non era entrata) e li distribuì in giro. Ce n’era uno per ciascuno, neanche a farlo apposta.

“Ma anche lei deve ricevere un premio, no?” disse il Topo.

“È logico” rispose il Dodo con severità. “Cos’altro hai lì nella tasca?” continuò girandosi verso Alice.

“Solo un ditale”, disse Alice affranta.

“Da’ qui” disse il Dodo.

Poi le si fecero di nuovo attorno, mentre il Dodo con fare cerimonioso le porgeva il ditale scandendo “Noi ti preghiamo di accettare questo elegante ditale,” e, finito questo breve discorso, scrosciò un applauso generale.

Alice trovava tutto questo assurdo, ma ognuno aveva un’aria così compassata che non osò ridere e, dato che non le veniva niente da dire, si limitò a fare un inchino e a prendere il ditale con l’aria più solenne che poteva.

Alice si è auto-premiata e per questo può ritenersi soddisfatta, anche se precedentemente ha dovuto elargire caramelle a tutti. Infatti tutti hanno fatto il loro dovere, si sono profusi in uno sforzo che ha permesso loro di vincere la propria personalissima gara e quindi di ergersi a vincitori e salire sul gradino più alto del podio. Quel gradino però ha iniziato ad essere troppo affollato.

Senza andare a scomodare le brillanti intuizioni di Saul Rosenzweig datate 1936, vorrei cominciare il presente discorso citando gli studi di Carl Rogers prima e di Jerome Frank poi, ed infine quelli di Lester Luborsky, recentissimi. Il verdetto del Dodo o, per dirla in maniera più scientifica, il paradosso dell’equivalenza ha ricevuto convalida sperimentale grazie alle moderne tecniche di meta-analisi ed è, allo stato attuale, ampiamente accettato dalla comunità scientifica del settore (Rogers 1942, Frank 1974, Luborsky 2002).

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Saul Rosenzweig 1907-2004

Le precedenti dispute sul chi fosse il più efficace e quindi il vincitore, sono state tutte smentite e delegittimate, anche se qualche giapponese chiuso nel suo bunker ancora resiste. Tutti gli approcci psicoterapeutici hanno la stessa efficacia e, per fortuna, la psicoterapia funziona, più del placebo (Seligman, 2004). A questa constatazione non è seguito però un altrettanto importante lavoro di ricerca per la costruzione di un meta-modello, visto che tutti i modelli classici hanno continuato, almeno in Italia, a curare il loro orticello privato, senza prendere in considerazione la possibilità di scendere dal gradino più alto del podio ed interagire per ideare e realizzare un approccio veramente vincente, perlomeno più vincente di essi stessi. Ci ritroviamo quindi, al momento in cui scrivo, con più di 300 vincitori diversi che si contendono i premi che la povera Alice sta via via esaurendo.

Fuor di metafora: In Italia attualmente si contano più di 300 tipi di scuole di psicoterapia, ognuna con il suo capo, ognuna con il suo metodo ed ognuna che rivendica il suo grado di efficacia, spesso mettendo in dubbio anche le ricerche che dimostrano l’equivalenza. Ovviamente ci sono delle eccezioni, ma la forza omologante di questa mentalità follemente competitiva porta a considerare anche quelle eccezioni, che magari dalle ricerche hanno tratto una spinta propulsiva per la messa appunto di modelli integrati e la sperimentazione di metodologie più ampie ed efficaci e che prendono il meglio da ognuno degli approcci canonici, alla stregua di loro stessi. Annoverandoli ed annettendoli all’ennesima categoria di scuola: gli integrati. Dimenticando, e più spesso ignorando, che di integrati ne esistono almeno tre grandi gruppi e che magari è tra quelli che dovrebbe svolgersi il dibattito, sia teorico che metodologico. In realtà poi tutti sono integrati ma pochi studiano per diventarlo. Il fattore che maggiormente ha avuto risalto dagli studi provanti l’efficacia di tutti gli approcci, quello comune a tutti, è la qualità dell’alleanza terapeutica. Questa constatazione ha portato alla storpiatura, a mio parere, del concetto buberiano che “in principio è la relazione”. Di questo se ne era accorto Freud, anche se paradossalmente non l’aveva ben consapevolizzato, se ne era accorto certamente Jung, anche se era troppo preso dalla visione socio-antropologica per teorizzare a riguardo. Chi ne fece il suo cavallo di battaglia fu certamente Rogers che basò tutta la sua pratica professionale e la sua ricerca sulla relazione terapeutica. Egli identificò le condizioni necessarie e sufficienti per condurre una terapia efficace e si adoperò affinché anche i “casi” più difficili fossero recuperati attraverso l’instaurarsi e il perpetrarsi di una solida, empatica, onesta e genuina relazione d’aiuto. Ma veniamo agli aspetti che a mio parere sono sconcertanti.

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Lester Lubowsky 1920-2009

Molti di coloro che si fanno portabandiera della superiorità della relazione spesso non hanno sentito mai parlare di Rogers, magari non ne hanno letto un libro e cosa più grave non hanno seguito un iter formativo che gli permettesse di incrementare le competenze necessarie per instaurare buone relazioni con i propri clienti e che soprattutto fossero terapeutiche per quest’ultimi. Questo problema tuttavia non è quello che più mi preoccupa poiché la silenziosa rivoluzione rogersiana si è estesa capillarmente a tutti gli approcci psicoterapeutici e quindi alle scuole formative che magari, con onestà intellettuale ed etica coscienziosità, prevedono percorsi di formazione che mirano all’acquisizione delle capacità relazionali (mi mantengo sul vago appunto per non caratterizzare troppo teoricamente questa affermazione). Ci sono tuttavia alcune scuole di formazione che questo iter lo “consigliano fortemente”, altre che lo “consigliano e basta” ed altre ancora che proprio non lo prevedono. “Ma allora di che parlano quando propugnano la supremazia della relazione!?”

Un’altra distorsione che ha subito la povera “relazione” credo rientri tra le anomalie specificamente italiane. Oramai tra operatori del settore non si parla più di contenuti ma solo di come instaurare relazioni. “Bene”, direbbe un profano, “visto che la relazione è alla base di tutto!”. Già, solo che le relazioni di cui si parla oggi sono quelle utili al marketing, all’avere maggiore visibilità per accaparrarsi più clienti, più fonti d’invio, tant’è che molte scuole di formazione oramai formano a diventare veri e propri “markettari” e molti dei loro iscritti si adoperano per inventarsi i metodi più fantasiosi ed accattivanti per far presa sul pubblico. Ecco che abbiamo una rincorsa verso il master più innovativo, una ricerca del corso che insegna la tecnica più moderna ed efficace, che magari viene dall’estero, e che spesso ci si dimentica di contestualizzare, scadendo in quel fenomeno tanto diffuso ma ancora poco studiato che porta ad utilizzare, in seduta, principalmente o solamente la tecnica studiata nell’ultimo corso di aggiornamento se non a volte, la tecnica esposta nell’ultimo libro letto (sigh!). Per non parlare poi delle sedute gratuite (una, due, tre…) e delle settimane, mesi ed anni del benessere psicologico. Come diceva Eraclito: “A chi possiede solo un martello tutti i problemi sembrano chiodi” e quindi ognuno fa di necessità virtù ed utilizza le armi che ha. Mi si obietterà che, in ambito privato, è il pubblico che decide chi vale e chi no. È il mercato che valuta quindi, da un certo punto di vista, se uno psicologo ha una folta clientela allora è bravo. È vero! Se uno psicologo ha molti clienti è bravo, almeno nel marketing (non dimentichiamo che anche Wanna Marchi aveva molti clienti, magari anche più della maggior parte degli psicologi).

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Wanna Marchi

Tuttavia la nostra non è una professione che può esimerci da una considerazione di carattere etico; considerazione che per fortuna è contemplata nel nostro codice deontologico: stiamo fornendo al nostro paziente la miglior forma di cura possibile? La cura migliore che la ricerca scientifica ha individuato e dimostrato essere tale? Spesso la risposta è no. E non perché siamo ancora ancorati ognuno nel proprio porto, quello dei cognitivi, quello dei dinamici, dei sistemici, etc…

Come se tutto ciò non bastasse, a volte si vedono pseudo-professionisti che il loro approccio se lo inventano, magari usando nomi accattivanti e anglofoni. Approcci che nascono dal nulla, forse solo dalle letture dei loro “fondatori” e si propongono al pubblico come innovazioni e metodi di comprovata efficacia. Ah, se le persone sapessero! Se le persone sapessero che le stesse scuole che per decenni si sono delegittimate a vicenda, accusandosi di ciarlataneria e di scarsa efficacia, un bel giorno poi si scoprissero essere tutte uguali e di avere tutte lo stesso “potere” taumaturgico, come reagirebbero? A voi la risposta. Quello che m’interessa mettere in rilievo e che questo immobilismo, questo arroccamento tradisce un unico scopo: quello, assolutamente utilitaristico, di avere legittimazione e valutazioni positive e di efficacia, non sulla base della proprio bravura personale ma sulla base della propria parrocchia di appartenenza. Quindi un cognitivo continuerà a ritenersi più efficace di un dinamico e viceversa, ed entrambi useranno la relazione con i clienti per veicolare questa idea e questo messaggio.

Per concludere, voglio precisare che questo scritto è frutto di considerazioni assolutamente personali e l’unico scopo che ha è quello di stimolare risposte e anche e soprattutto critiche, alle argomentazioni sopra esposte. Ovviamente non nasce dal nulla ma dalla considerazione che in giro c’è tanta gente ignorante e in malafede che, anche in virtù dell’astrattezza che in parte caratterizza questa professione, riesce ad “adescare” persone per spremerle dei loro denari e lucrare sulle loro sofferenze. Per fortuna, è bello constatare anche che tante di queste vittime fanno come Alice: prendono il ditale, fanno un inchino e con aria solenne se ne vanno.

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